Iniziative - "1385, la Diocesi Nocerina tra ricostituzione e giubileo"
1385
"La Diocesi Nocerina tra ricostituzione e giubileo"

Le fastose nozze del duca Francesco Maria Carafa e Anna Pignatelli di Belmonte


Urbano VI e l'assedio di Nocera

Nel 1377 papa Gregorio XI, dopo circa 70 anni di esilio avignonese, riportò a Roma la sede papale. Alla sua morte nel 1378 i cardinali, pur essendo in maggioranza francesi, sotto la pressione della popolazione romana elessero papa l’arcivescovo di Bari, il napoletano Bartolomeo Prignano, che prese il nome di Urbano VI.  
Quasi subito però il nuovo pontefice, di carattere assai rigido e autoritario, scontentò i suoi elettori e una parte dei cardinali lo dichiarò deposto, eleggendo un antipapa francese, Clemente VII, che pose la sua sede ad Avignone, essendo Urbano rimasto padrone di Roma. Cominciò così il Grande Scisma d’Occidente, che si prolungherà fino al 1416, cioè al Concilio di Costanza.  
Poiché la regina di Napoli Giovanna I si era dichiarata a favore dell’antipapa, Urbano la depose consacrando re al suo posto Carlo di Durazzo, appartenente ad un altro ramo della famiglia angioina. Carlo riuscì a prevalere su Giovanna e a impadronirsi del regno, con un esercito assoldato grazie a un fortissimo aiuto finanziario del papa. In cambio riconobbe l’appartenenza a Francesco Prignano, nipote del papa, di una serie di feudi, tra cui il principato di Capua, il ducato di Amalfi e Nocera. Tuttavia, mentre ancora durava la resistenza dei sostenitori di Giovanna I, si fecero tesi i rapporti tra il papa e il re, che rimandava la consegna dei feudi promessi.  
Il pontefice si trasferì allora a Napoli, per appianare i contrasti, ma essi non scomparvero bensì si fecero più gravi per gli eccessi e i delitti del nipote del pontefice. Alla fine Urbano il 26 maggio del 1384 si trasferì da Napoli nel castello di Nocera, mentre il suo seguito trovava ospitalità alla meglio nel Borgo di Pagani.
Il loro disagio fu tale che al primo avviso di pericolo, cioè la comparsa nella zona di soldati regi, quasi tutti i cardinali se ne tornarono a Napoli. Urbano però restò a Nocera e rifiutò ogni compromesso col sovrano.
 
I cardinali allora pensarono di deporlo, e ottennero un parere giuridico favorevole alle loro tesi da parte del giurista Bartolino da Piacenza che affermò che era giusto, di fronte ad un papa capriccioso e ostinato che metteva in pericolo la Chiesa Universale, porlo sotto la tutela di uno o più cardinali.
Forti di questo parere, i cardinali decisero di andare oltre e cioè di impadronirsi con la forza della persona del papa durante un concistoro, condurlo nella chiesa di S. Francesco (oggi S. Antonio) alle falde della collina del Parco e qui processarlo, dichiararlo eretico e condannarlo al rogo, procedendo subito all’esecuzione. Il giorno fissato era il 13 gennaio 1385, ma il papa fu avvertito dal cardinale Orsini e quando i congiurati giunsero al castello, furono arrestati e torturati, e quindi deposti e sostituiti.  
Urbano convocò poi al castello la corte pontificia e il popolo e ad essi espose i fatti concludendo con una solenne scomunica dei colpevoli, ma anche del re Carlo, dell’antipapa e dei loro seguaci. Il popolo della zona fu incitato al saccheggio e all’assassinio di tutti i presunti nemici del papa, ma pochi giorni dopo giunsero nella zona le truppe regie guidate dal condottiero Alberico da Barbiano, e il 3 febbraio occuparono la città e posero l’assedio al castello.  
L’assedio durò oltre sette mesi, e il papa rifiutò qualunque proposta di accordo, sperando nell’aiuto promessogli dai genovesi e dal conte di Nola, Ramondello Orsino, capo del partito avverso al re Carlo. Questi riuscì a portare nel castello un certo numero di uomini d’arme che rafforzarono la resistenza, e accrebbero così anche l’ostinazione e la durezza del pontefice, che in tutti questi mesi non cessò di maltrattare e torturare i cardinali prigionieri. Sdegnato per la resistenza, il re pose una taglia sul papa, di 10.000 fiorini, mentre il suo avversario quotidianamente affacciandosi alle finestre del castello lanciava scomuniche sugli assedianti e invitava i buoni cristiano nocerini a combattere per lui e per la chiesa. Alla fine però i nemici riuscirono a superare la prima e la seconda cerchia di mura della collina e a penetrare nella rocca, dove solo il nucleo centrale della fortificazione resisteva ancora.  
Quando ormai era chiusa ogni via di scampo, sopraggiunsero in aiuto le truppe dell’Orsini, che ruppero l’assedio e portarono in salvo il papa con la sua corte, il tesoro e i cardinali prigionieri. La fuga si concluse alla marina di Pesto, dove il papa si imbarcò su navi genovesi, pagando il loro aiuto con tutto il suo tesoro. Dopo aver toccato la Sicilia, il papa si diresse a Genova e durante il viaggio fece eliminare i cardinali prigionieri. Rientrato a Roma nel 1388 vi morì l’anno dopo.  
Col soggiorno di Urbano a Nocera coincide la ricostituzione della Diocesi nocerina. Scomparsa da alcuni secoli, essa faceva parte dell’arcidiocesi salernitana. Urbano la rese nuovamente autonoma anche se con un territorio limitato alla sola Nocera, con il suo casale di Angri.  
Primo vescovo della nuova Diocesi fu frate Francesco da Nocera, guardiano del convento dei francescani di S. Francesco. A lui come sede episcopale fu assegnata l’antica abbazia benedettina di S. Prisco, che conservava le reliquie del primo santo vescovo nocerino e che è rimasta da allora la Cattedrale della Diocesi. Restò invece all’arcivescovo di Salerno la vecchia chiesa madre del territorio, cioè S. Maria Maggiore, che passò alla diocesi nocerina solo nel 1627.  
Di tutte le vicende del periodo abbiamo il resoconto di prima mano di un testimone, il segretario di Urbano VI, Teodorico di Niem, tedesco, che ha scritto la storia dello Scisma. In essa trova posto anche una suggestiva descrizione della valle nocerina com’era a quei tempi. Una rievocazione romanzata dell’assedio è poi contenuta in un romanzo storico dell’ ‘800, Ramondello Orsino, dello scrittore nocerino Andrea Calenda di Tavani.  

Prof. Raffaele Pucci

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